Osservatorio didattico "Sara Modugno"


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Melissa, mi chiamo Melissa

di Marida Lombardo Pijola



Gli occhi della ragazza erano fari accesi nel volto incenerito, erano pozzi grandi e profondi di paura, e lei li ha dilatati così che raccogliessero tutto il suo stupore, e li ha piantati negli occhi del dottore che l’assisteva in ambulanza, e ha detto «mi chiamo Melissa», e ha chiesto «che è successo?», e poi si è addormentata.

La vita di Melissa, racconta quel dottore, se n’è volata via così, scivolando sul soffio di quel nome un po’ da principessa e un po’ da fata. Un nome sussurrato con l’ultima esalazione di energia. Così è morta Melissa, lasciando sospeso il suo interrogativo, lo stesso che ora assilla chiunque le sia sopravvissuto: che è successo?

Melissa Bassi da Mesagne, 16 anni, detta Trizza, treccia in salentino, per l’acconciatura da bimba delle sue chiome lunghe e vaporose. Melissa che sorrideva sempre, e sorrideva a tutti. Melissa dai capelli rossi e dalle efelidi sull’epidermide bianca come il latte, dagli occhi grandi e accesi, dalle ciglia lunghe come quelle di una bambola, dal viso grazioso e regolare. Melissa un po’ Pippi Calzelunghe e un po’ Jennifer Lopez, a cui sapeva di assomigliare un po’. Melissa che amava la musica, e la moda, e cantava, e digitava su Facebook, e sognava di fare la stilista ma studiava da assistente sociale, e faceva ciò che fanno tutte le altre, e come tutte le altre era viva, viva fino a ieri.

«Era bella», «era un angelo», «era sempre allegra», «era dolcissima», era com’è ogni ragazza alla sua età, come ogni ragazza della sua età viene consegnata alla memoria, con garbo, con delicatezza, con amore, quando muore. Melissa è già sublimata, è già perfetta, nel ricordo dei suoi compagni, di Noemi e Annachiara, di Eddi e Giangiacomo, di tutti quelli che sarebbero potuti morire al posto suo, ghermiti nel mucchio da una bomba davanti alla scuola dove studiano, lasciando sospeso pure loro quell’interrogativo che ora lanciano con rabbia, con dolore: «Ma noi che c’entriamo?».

«Non è possibile che la mafia se la prenda coi ragazzi», «qui a Brindisi queste cose non succedono», «dev’esserci un’altra spiegazione». Cercano spiegazioni introvabili, inaccessibili, inaccettabili, piangono tutti assieme nei corridoi dell’ospedale Perrino, i ragazzi della scuola Morvillo Falcone. Si aggirano nei corridoi a caccia di notizie, cercando di salutare le quattro compagne ricoverate lì. Parlano di Melissa e della mafia, in un innaturale intreccio di pensieri, di paure, nel quale si è ingorgata la loro vita.

Raccontano di «mamma Rita che diventerà pazza di dolore, lei era figlia unica», e delle cosche di Mesagne; del «gatto Punto, che Melissa per lui stravedeva», e della mafia salentina, di quella sagoma inquietante che si è materializzata all’improvviso, lasciando cadere le barriere tra il loro diritto alla serenità e il terrore, tra la barbarie e l’umanità, tra gli uomini e i mostri. Che sia stata la mafia oppure no.

«Di mafia parliamo sempre a scuola», «abbiamo vinto anche un concorso», ma cosa c’entra, questo, con le loro vite? Che ne sapevano, Melissa e gli altri, che puoi viverci assieme, con la mafia, senza riconoscere la risonanza delle sua barbarie? Che ne sapevano, che Francesca Morvillo e Giovanni Falcone, al quali il loro istituto è intitolato, non sono eroi di un secolo lontano, come quelli delle scuole Cavour, Mazzini o Garibaldi; che sono eroi vicini, nella continuità di un tempo che potrebbe persino rivelarsi meno feroce di quello in cui vivono loro. Un tempo nel quale si ammazzavano i magistrati, i bimbi no. E che ne sapevano, i compagni e gli amici di Melissa, che un giorno avrebbero potuto citare le nuove possibili vittime di mafia dal registro delle loro classi, e raccontare anche loro, per conoscenza diretta, i nuovi eroi.

Intanto, che sia stata la mafia oppure no, «torneremo a scuola martedì per dire no alla violenza e ricordare Melissa», «e ce la porteremo per sempre nel cuore», e il suo epitaffio sarà la sua innocenza, la sua normalità.

Melissa che viveva in un piccolo e modesto appartamento della città a otto chilometri da Brindisi dov’è nata la Sacra Corona Unita, e mai avrebbe pensato che questo potesse riguardare la sua vita. Melissa figlia di Roberto, 48 anni, piccolo artigiano e piastrellista, e di Rita, 45 anni, casalinga e parrucchiera a tempo perso, alla quale era legata in maniera viscerale, e che non ha retto alla notizia, e si è sentita male, e l’hanno portata in ospedale.
Melissa coccolata dai suoi come una principessa, e che giocava ancora come una bambina, e che portava da mangiare ai gatti. Melissa che era adorata dai suoi amici, e non andava in discoteca, e preferiva passare i pomeriggi nella villa, il punto di ritrovo del ragazzi di Mesagne. Melissa che si svegliava alle sei per arrivare in tempo in istituto, ed era tra le prime della classe. Melissa innamorata del suo Mario, il diciottenne che studiava alle scuole serali, col quale era fidanzata da sei mesi. Melissa che adorava Kate Perry, e la canzone Teenage dream. «We can dance until we die. We’ll be forever young», cantava a memoria. Senza sapere che, alla sua età, può capitare di morire per davvero. Prima ancora di aver cominciato a vivere. Non solo per amore.

(da Il Messaggero del 21.05.2012)

Lettera di NICHI VENDOLA, Presidente della Regione Puglia, agli studenti e alle studentesse dopo l'orrore di Brindisi.

"Non avrei mai voluto vedere ciò che ho visto, la morte messa in scena dinanzi a una scuola, la morte oscena e molesta che azzanna la vita adolescente, la vita allegra dei figli che varcano la soglia di un luogo sacro, deputato all'educazione e alla conoscenza. Non avrei mai voluto vedere, dinanzi a quell'istituto professionale intitolato a Francesca Morvillo Falcone, gli zainetti e i quaderni e i detriti di un'esplosione che squarcia la città di Brindisi, oggi capitale del dolore, che irrompe nella trama delicata e complessa della nostra convivenza, che sposta la soglia della disumanità oltre ogni limite.


Una violenza sacrilega: spacca il cuore della scuola, oltraggia le famiglie, porta terrore, si innalza sulle vette della barbarie e contempla il proprio scempio. Tu manda Melissa a scuola, dove deve partecipare alla festa dell'imparare: ad essere cittadina consapevole, socievole, solidale. Melissa non torna più. Chi sa rispondere alla domanda che tutti si pongono, come in una litania triste e disperata: perché? Perché spezzare questa esistenza ancora così giovane, perché cercare nemici da abbattere laddove ci sono solo ragazzine?


La mafia, il terrorismo, la strategia della tensione, una vendetta privata, l'avventura di un folle: ora tocca agli investigatori provare a sgranare il rosario di tutti i perché. A noi tocca trovare le parole giuste, quelle che spesso ci mancano, per dire il dolore, per dire che non ci arrendiamo, per dire che difenderemo la vita contro i trafficanti di odio e di morte. A voi, ragazzi e ragazze che oggi piangete le vittime di questo orrendo crimine, vorrei dire che la migliore risposta a chi semina lutti è coltivare la vita, curare la libertà e la bellezza, usare la cultura come l'antidoto al degrado morale che partorisce la violenza".

Il manifesto degli insegnanti
1. Amo insegnare. Amo apprendere. Per questo motivo sono un insegnante.
2. Insegnerò per favorire in ogni modo possibile la meraviglia per il mondo che è innata nei miei alunni. Insegnerò per essere superato da loro. Il giorno in cui non ci riuscirò più cederò il mio posto ad uno di loro.
3. Insegnerò mediante la dimostrazione e l'esempio, il riconoscimento dei miei errori illuminerà il mio percorso.

4. Accompagnerò i miei alunni alla scoperta della realtà che li circonda, assecondando e stimolando in ognuno di loro la curiosità e la ricerca, le domande e la passione.
5. Non potendo trasmettere ai miei studenti la verità, mi adopererò affinché vivano cercandola.
6. Incoraggerò nei miei studenti l’impegno e la volontà di migliorarsi costantemente e di non rassegnarsi mai di fronte alle difficoltà. Io stesso provvederò a formarmi e aggiornarmi continuamente.
7. Farò in modo che la scuola sia il mondo, e non un carcere.
8. Non trasmetterò ai miei studenti saperi rigidi e preconfezionati. La mia visione del mondo mi guiderà, ma non sarà mai legge per loro. Il dubbio e la critica saranno i pilastri della mia azione educativa.
9. Promuoverò lo studio per la vita e contrasterò lo studio per il voto.
10. Raccoglierò elementi di valutazione, rifiutando approcci semplicistici e meccanici che non tengano conto delle situazioni di partenza, dei progressi, dell’impegno e della crescita complessiva del singolo alunno.
11. Lotterò affinchè la scuola sia la scuola di tutti, la scuola in cui ogni studente possa apprendere seguendo tempi e tragitti individuali. Farò in modo che i miei studenti mi scelgano e non mi subiscano.
12. Aiuterò i miei alunni a illuminare il futuro leggendo il passato e vivendo in pienezza il presente. Li aiuterò a stare nel mondo così com'è, ma non a subirlo lasciandolo così com'è.
13. Resterò fedele a questi punti in ogni momento della mia azione educativa, pronto ad affrontare e superare tutti gli ostacoli formali e burocratici che si presenteranno sulla mia strada.

da: www.manifestoinsegnanti.it


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Il giuramento dello studente*

1. Comportamento in sintonia con le vere finalità della scuola;
2. Impegno a seguire attentamente e attivamente le lezioni rispettando l'obbligo di frequenza;
3. Riconoscimento verso i genitori che garantiscono il mantenimento agli studi;
4. Lealtà, solidarietà e rispetto reciproco tra compagni e tra studenti e docenti, cercando di instaurare un rapporto umano, in uno spirito di tolleranza nei confronti degli altri;
5. Rispetto di se stessi e della propria intelligenza, che significa scelta degli studi in conformità con i propri interessi e attitudini; predisporsi allo stesso modo nei confronti di tutte le materie studiate; serio impegno nell'apprendimento, cercando di conseguire buoni risultati e di evidenziare un coinvolgimento attivo, in un processo di miglioramento e considerando il sapere come condizione di ricchezza personale e collettiva, con conseguente impegno a creare un ambiente idoneo al lavoro intellettuale;
6. Diritto alla critica degli insegnanti, ma anche disponibilità ad essere criticati e impegno ad evitare i comportamenti arroganti;
7. Coinvolgimento e apporto personale alla discussione in classe sui temi trattati, evidenziando la capacità di problematizzazione e di attualizzazione documentata, come condizione per la maturazione di una coscienza critica generale;
8. Ricerca del giusto equilibrio nell'importanza data alla valutazione dell'apprendimento da parte dei docenti, evidenziando la capacità di lavorare individualmente (senza "copiare" durante le verifiche) e in gruppo (senza scaricare la fatica sui compagni);
9. Consapevolezza della propria ignoranza e della necessità di imparare dai propri errori e di riconoscere i propri limiti valorizzando il dubbio critico, nel senso di finalizzare lo studio a un vero apprendimento (e non a una frettolosa memorizzazione), sviluppando al massimo le potenzialità intellettuali di cui si è dotati e maturando il desiderio della ricerca della verità attraverso la conoscenza (che eviti di ridurre il lavoro scolastico a un "interrogatorificio" e a un "compitificio") sulla base di una elaborazione personale delle acquisizioni culturali;
10. Rispetto della scuola come istituzione culturale e delle relative strutture materiali, che si traduce nella consapevolezza di dare un proprio contributo alla gestione della scuola partecipando attivamente agli organi collegiali, per migliorarla, nel contesto più generale di una società in continua trasformazione;
11. Difesa della libertà culturale come garanzia di un futuro migliore, che si prepara anche nella scuola.

* Tratto da
Marcello Dei, Ragazzi, si copia. A lezione di imbroglio nelle scuole italiane, Bologna, Società editrice il Mulino, 2011



Leggere in classe e scoprire la bellezza

…almeno la bellezza di un particolare brano dantesco, senza troppe pretese universali!
I fatti qui narrati sono tutti veri e sono avvenuti in un contesto non particolarmente agevole: voglio dire che non si tratta di una classe modello, di una scuola modello, di un momento di assoluta tranquillità: e forse proprio per questo l’esperienza è stata ancora più interessante e affascinante.
Dicembre 2011: stiamo quasi concludendo la lettura della prima parte, dedicata all’Inferno dantesco, del libro La Commedia. Si tratta di un valido, colto e intelligente adattamento della “trama” della Commedia dantesca per ragazzi di scuola media. Il testo non rinuncia ad ampi brani originali, mai appesantiti da apparati troppo analitici di note e spiegazioni.
Come altri anni, giunti al canto XXVI dell’Inferno, lancio la “sfida della memoria”: si tratta di imparare tutto il brano di Ulisse (da Lo maggior corno de la fiamma antica a infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso), impresa impegnativa ma non impossibile. Il lavoro inizia appena prima di Natale con un certo divertimento, qualcuno si cimenta anche a recitare in vari modi, con effetti comici; durante le vacanze i ragazzi hanno il compito di arrivare fino al termine del brano.
Alla prima verifica a gennaio, grande soddisfazione di tutti (docente compreso): ce l’hanno fatta e meritano valutazioni molto buone. Solo qualcuno deve ancora completare la memorizzazione, cosa che avviene nelle settimane di gennaio. Verifica finale scritta su tutto il racconto dell’Inferno, anch’essa con buoni risultati e soddisfazione.
Inizia la lettura del Purgatorio: mi viene in mente, dati i precedenti, di fare una prova: prima di leggere la sintesi – pur valida – presente nel libro di testo, “vi leggo – con il testo sulla LIM – tutto il primo canto del Purgatorio: e mi dite se vi ricorda qualcosa; state attenti perché Dante ha proprio l’intenzione di creare dei déjà vu: vediamo quali scopriamo”.
Così ci addentriamo nella narrazione del Canto I e scopriamo un paesaggio e un’ambientazione mattutina che richiamano gli elementi del canto proemiale: è mattino, il sole sta sorgendo, c’è un colle da salire, c’è un personaggio solitario (Catone) che ci attende; anch’egli come Virgilio è un saggio romano… e i ragazzi pongono la domanda “perché viene presentato come custode del Purgatorio un pagano, e per giunta uno che ha protestato in modo così clamoroso – con il suicidio – contro Cesare, i cui uccisori sono tra i dannati peggiori?” Accenno qualche pista di soluzione, senza concludere tutto: ma già qui si vede che la classe sta rispondendo ed è ben sveglia! Catone indica a Virgilio una breve cerimonia da compiere per preparare Dante a salire il monte del Purgatorio; nell’indicare il tragitto da compiere, viene completata anche la descrizione del paesaggio: siamo su un’isola, che ha una spiaggia, tutti elementi che in qualche modo erano presenti anche nel canto proemiale.
Ma il bello – è il caso di usare questo termine – avviene verso la fine: quando giungiamo alle ultime due terzine “esplodono” le segnalazioni, che qui evidenzio colorando le parole che vengono segnalate come “già sentite” nel canto di Ulisse:

Venimmo poi in sul lito diserto,
che mai non vide navicar sue acque
132 omo, che di tornar sia poscia esperto.

Quivi mi cinse sì com’altrui piacque:
oh maraviglia! Ché qual elli scelse
135 l’umile pianta, cotal si rinacque

subitamente là onde l’avelse.

Dopo la rassegna di “allusioni” (spiego ai ragazzi che questi richiami un po’ nascosti si chiamano così) proviamo a tirare le somme e cercare di capire che cosa ci vuole comunicare Dante; perché è chiaro che non siamo di fronte a riferimenti casuali. Abbiamo scoperto infatti che:
1) gli elementi del paesaggio ricordano il canto iniziale
2) le parole finali alludono al viaggio di Ulisse: e qui sotto riporto i versi che i ragazzi mi ricordano.

…quando venimmo a quella foce stretta…
L’un lito e l’altro vidi…
…compagna / picciola, da la qual non fui diserto…
Tre volte il fé girar con tutte l’acque
…l’ardore / ch’i’ebbi a divenir del mondo esperto…
…e la prora ire in giù, com’altrui piacque;

Le allusioni al canto XXVI dell’Inferno sono molte e molto chiare: devo dire che prima di questa lettura in classe, io stesso ne avevo notate solo alcune (e ho verificato che non tutte vengono segnalate dai commenti esistenti). Abbiamo dunque quattro versi che sono quasi un “rimpasto” di lessico presente nel brano dell’Inferno, per giunta con quattro rime alternate prese di sana pianta da quel canto. Casomai il lettore fosse un po’ distratto – ma non lo sono stati i ragazzi in classe –, Dante corona il tutto con un’intera frase riutilizzata: com’altrui piacque. Perché questi riferimenti? Che cosa vuole indicarci l’Autore? Innanzitutto, le allusioni così abbondanti ci portano a capire che Ulisse stava quasi riuscendo, con il suo folle volo, a raggiungere la montagna del Purgatorio: è solo qui in realtà che dovremmo sapere come lettori che la “montagna bruna” altro non è che il monte destinato a purificare le anime. E allora riusciamo finalmente a comprendere perché Dio ha voluto il naufragio della barca di Ulisse: perché è impossibile salire a Dio con le sole forze naturali!! Lo ha esplicitato Catone, apostrofando i due pellegrini appena usciti dal pertugio tondo: Son le leggi d’abisso così rotte? / O è mutato in ciel novo consiglio / che, dannati, venite a le mie grotte?
Appurato questo, il fatto che Virgilio abbia raccontato a Catone la situazione di Dante all’inizio del viaggio descrivendola come una follia (questi non vide mai l’ultima sera / ma per la sua follia le fu sì presso / che molto poco tempo a volger era) accosta l’esperienza di Ulisse a quella iniziale di Dante: e ci fa capire, sempre in modo misterioso, che anche Dante stava cercando di fare qualcosa di impossibile: salire il colle senza aiuto dall’alto. Abbiamo allora capito che i due tipi di allusioni non erano casuali. I déjà vu ci hanno aiutato a riflettere e ci hanno aperto alla comprensione di molti collegamenti.
E ora, che cosa sta succedendo di nuovo in questo scorcio finale del canto I? Che differenza c’è rispetto a quelle storie di follia? Sarà possibile salire il monte, adesso? Sì, e le istruzioni di Catone si rivelano fondamentali; in particolare, la differenza rispetto al canto proemiale, in cui era Dante a tentare di “salire” da solo, è data dalla cerimonia conclusiva: ciò che consente ora a Dante di iniziare a salire è un elemento che gli viene donato: il giunco.
La domanda conclusiva diventa allora: di che si tratta? Che cos’è questo giunco, che ha un evidente valore di simbolo? I ragazzi, invitati a trovare il termine chiave di questi ultimi versi, hanno rapidamente individuato l’aggettivo umile, che viene attribuito alla pianta.
E qui è venuta in soccorso un’altra lettura appena svolta dal docente nella classe I secondaria: la cerimonia di entrata nell’Aldilà da parte di Enea (VI libro dell’Eneide, che in tutte le I secondarie leggiamo per intero, come racconto appassionante). Un’allusione forse difficile per il lettore moderno, ma molto congeniale a Dante, che indica chiaramente Virgilio come la sua guida. Ebbene, per chi conosce l’Eneide e legge gli ultimi due versi del canto primo del Purgatorio, il gioco è fatto: il giunco ricresce immediatamente proprio come il ramoscello d’oro che Enea, su indicazione della Sibilla, trovava per entrare nell’Ade!
Dunque, qual è la conclusione? Essa è “facile” per chi vede tutto questo tessuto di richiami: il “ramoscello d’oro” che apre le porte dell’Aldilà per un cristiano è l’umiltà. Ed è ciò che mancava nelle due situazioni precedentemente raccontate: mancava a Dante all’inizio del poema, mancava a Ulisse nel suo folle volo.
Una bella scoperta: nata da un’attenta osservazione del racconto, dopo la fatica – del tutto ripagata – di aver memorizzato un importante brano del poema dantesco.
da: http:// www.storiedididattica.it/blog/?p=793


DISCUTIAMO...

Quando si parla di “legalità” a scuola il discorso verte solitamente sugli episodi (anche gravi, e non solo fisici) di bullismo ma praticamente mai di una delle pratiche che la vulgata vuole dominanti (“così fan tutti”) da sempre (“anch’io lo facevo”) nelle aule, cioè della copiatura durante i compiti in classe.

Come nota
Marcello Dei nel recente Ragazzi, si copia, il bullismo è come una frana od un masso che si stacca dalla montagna, mentre la copiatura è un fenomeno carsico che mette ugualmente a rischio i valori basilari della convivenza sociale, solo che accade nel totale disinteresse non dico dei mass media (il che è spesso un bene, visto che di scuola nulla capiscono) ma degli attori principali della quaestio, studenti e insegnanti.

Il lavoro di Dei è una riflessione su tre ricerche sociologiche effettuate dal 1999 al 2008 su studenti/docenti di superiori (primaria e secondaria) ed elementari (a scuola, oltre che, eventualmente, le regole ortografiche, si impara a copiare, sempre meglio a partire dalla I elementare), i cui dati sono drammaticamente sconsolanti; alle superiori ca. 2/3 degli studenti ammettono serenamente di copiare molto o spesso e gli stessi docenti, tranne pochissime eccezioni, sono i primi a chiudere uno o due occhi, invocando tutta una serie di attenuanti (“copiare è sbagliato, ma…“) che cadono spesso nel ridicolo o nello pseudopedagogico (“Io ritengo che i ragazzi debbano acquisire sicurezza in se stessi e credo che questo sia un compito dell’insegnante e soprattutto acquistare sicurezza nelle loro capacità e vorrei che i ragazzi capissero di poter contare solo su se stessi sopra e innanzitutto e poi apprezzo magari un’altra cosa e cioè il fatto che magari ci siano dei ragazzi che si rendono disponibili per gli altri“, p. 201).

La condizione disperata del corpo docente è tutta in una tabella a p. 86, dove si evince che per più del 30% degli insegnanti “copiare un compito” è “poco/per niente” condannabile; e sono gli stessi docenti che pensano invece che sia “poco/per niente” condannibile farlo all’Esame di Stato in meno dell’8%, col paradosso di un 22% di docenti che si scopre improvvisamente serio e consapevole del proprio dovere (è come se uno pensasse che è inutile insegnare, chessò, il seno e coseno per poi improvissamente esigerne conoscenza all’Esame di Stato).

Le cose, sembra, sono diverse in altri paesi occidentali e, senza tirare in ballo il confronto tra rigorismo calvinista e perdonismo cattolico, un’osservazione viene dalle parole di Andreatta (!) che mettono in discussione uno dei capisaldi del nostro sistema scolastico, più intaccabile del crocifisso nelle aule, la classe:

“Il fatto è che nessuno ha mai voluto aggredire la vera struttura corruttiva della società italiana, la classe scolastica. Questi ragazzini che vengono addestrati, nei comportamenti quotidiani, a sviluppare una mentalità mafiosa, fatta di complicità contro le istituzioni… una solidarietà omertosa, in cui l’obiettivo comune è dato dall’ingannare l’uomo o la donna che è in cattedra… e dove gli individui, anziché perseguire il loro scopo, cioè primeggiare per merito, si coalizzano per lucrare il massimo risultato col minimo sforzo…. tradendo ogni principio etico individuale, la trasparenza dei comportamenti, la franchezza, l’onestà, il libero confronto, l’assunzione di responsabilità“.

Forse è proprio questo il nodo gordiano…

da: http://cheremone.wordpress.com/2012/01/07/guardie-e-ladri/



Profilo biografico
di
Giovanni Modugno

   

Aforismi

La vera scoperta non consiste nel trovare nuovi territori, ma nel vederli con nuovi occhi.

Marcel Proust


Non bisogna giudicare gli uomini da ciò che ignorano
ma da ciò che sanno, e dal modo come lo sanno.


Luc de Clapiers de Vauvenargues


L'unico posto in cui "successo" viene prima di "sudore" è il dizionario.

Vidal Sassoon (hair stylist)



Meglio essere folle per proprio conto che saggio con le opinioni altrui.

Friedrich Nietzsche (filosofo)

 

L'amore è come un sogno

Mi guardo nei tuoi occhi come in uno specchio
E lì riflesso ho paura di perdermi.
Io non ti voglio visitatore occasionale
nella mia vita e nella notte oscura.
Ti amo come si ama una sola volta nella vita
Come se il sole non sia esistito prima d'ora
Tu mi hai sciolto da sospetti e gelosie
Tu hai trovato per me le chiavi della felicità
Tu le hai scoperte per me.

L'amore è come un sogno,
un carillon di cuori in cristallo
Le tue parole magiche "ti amo"
Dolci le ripeto come un'eco.
L'amore è come un sogno
che ha reso felice la mia casa
Ma è atipico sogno
In quanto senza fine.

Perdòno solitudine e tristezza,
mi hai detto: in esse non tornerai mai più.
Ma questo è possibile solo in un dolce sogno
Noi ora ci amiamo per davvero
Io non vorrei perdermi nei tuoi occhi
Io non cambio il nostro amore per un addio
Tutti i prezzi incredibili che io ho pagato
Tutti i sogni che io ho fatto
Sono solo per la gioia di essere con te,
Per essere sempre con te.

L'amore è come un sogno,
un carillon di cuori in cristallo
Le tue parole magiche "ti amo"
Dolci le ripeto come un'eco.
L'amore è come un sogno
che ha reso felice la mia casa
Ma è atipico sogno
In quanto senza fine.
L'amore è come un sogno
che ha reso felice la mia casa
Ma è atipico sogno
In quanto senza fine.

Michel Delpech e Pierre Papadiamandis
(Trad. Michele Ruggiero)


CREATIVITÀ: CHE COSA VUOL DIRE di Annamaria Testa


Il problema di Dio nel pensiero del Novecento:
Sigmund Freud
(M. Fornaro)
Jacques Maritain
(Giovanni Grandi)
Simone Weil, un senso nuovo della convivenza
(Giancarlo Gaeta)

a cura della Cooperativa Cattolico-democratica di Cultura (www.ccdc.it)

Cala la frequenza all’ora di religione


Per la prima volta, secondo fonti di provenienza cattolica, la percentuale di chi non frequenta l’ora di religione ha superato il 10%, per un totale di quasi ottocentomila studenti. La notizia è stata data da Salvo Intravaia su Repubblica, che ha anticipato i dati contenuti nell’annuario realizzato dall’Osservatorio Socio-Religioso del Triveneto, un organismo della Conferenza Episcopale Italiana. Secondo quanto riporta Repubblica, si confermerebbe il dato che i non avvalentesi si concentrano nel Centronord e alle scuole superiori.
Alquanto incongruemente, sottolinea il giornalista, alla diminuzione degli studenti ha però corrisposto un aumento dei docenti di religione in ruolo. L’Uaar, che qualche anno fa ha lanciato il Progetto ora alternativa, ricorda che gli insegnanti di religione sono scelti dai vescovi ma pagati dai contribuenti, compresi quindi i cittadini atei e agnostici.


da: www.uaar.it

Chiamateci Abramo
di Lorenza Ghinelli

Credo che l’interpretazione che Kierkegaard ci ha offerto sul mito di Abramo sia di un acume disarmante. Abramo non superò la prova. Abramo, faccendiere di Dio, obbedisce al padrone senza consultare Isacco. Conduce il figlio sul Monte Moriah senza rivelargli le sue intenzioni, lo blandisce. Abramo non si pone scomodi interrogativi. Abramo non contempla la disobbedienza. Abramo non cerca strade alternative, non apre un dialogo con Isacco, non litiga con Dio, non chiede spiegazioni. Abramo non concede il beneficio della scelta nemmeno a Isacco, perché lo tiene all’oscuro di tutto. Abramo, in realtà, non sceglie. Concedetemi la metafora, ma il nostro Paese, alla stregua di Abramo, non brilla certo per intraprendenza, trasparenza ed eleganza.


( CONTINUA A LEGGERE "CHIAMATECI ABRAMO")

Segnalazioni in Libreria

Girolamo De Michele, La scuola è di tutti. Ripensarla, costruirla, difenderla, Minimu fax 2010

Giuseppe Caliceti
, Una scuola da rifare. Lettera ai genitori, Feltrinelli 2011.

Hans Kung, Salviamo la Chiesa, Rizzoli 2011

Giovanni Sale, La Chiesa di Mussolini. I rapporti tra fascismo e religione, Rizzoli 2011

Don Andrea Gallo, Non uccidete il futuro dei giovani, Dalai editore 2011



MELODIE in Petali e Rime

Concerto spettacolo multisensoriale al femminile con la musicista Gabriella Perugini e l'attrice Antonella dell'Ariccia.


Bitonto, 7 maggio 2011

Nel ricordo commosso della Prof. Sara Modugno, si è tenuto il concerto con testi prevalentemente di poetesse del '900 e musiche da camera del Cinquecento europeo presso il monumentale Convento dei Cappuccini - Sala Convegni, con numeroso e attento pubblico. Il servizio accoglienza è stato svolto dalle alunne dell'Istituto "T. Fiore" di Modugno.

La Didattica sul web

* La scuola che funziona www. lascuolachefunziona.it
* Biblioteca della letteratura italiana www.letteraturaitaliana.net

* OILPROJECT (è una scuola virtuale gestita da studenti, gratuita ed aperta a tutti, in cui si discute di attualità, economia, letteratura, filosofia, Internet e politica. Le lezioni avvengono online (sia in diretta, sia in differita) e sono tenute da volontari che condividono le loro conoscenze senza altro fine che la divulgazione libera dell'informazione. Chiunque può registrare una lezione e proporla alla community. Con oltre 9000 studenti, Oilproject è la più grande scuola online in Italia). www.oilproject.org/index.php

* CIDI (Centro di iniziativa democratica insegnanti) www.cidi.it
* GRED (Gruppo di ricerca educativa e didattica) www.gred.it
* INTERCULTURA www.intercultura.it
* Rivista digitale della didattica www.rivistadidattica.com
* SIRD (Società italiana di ricerca didattica) www.sird.it
* Educazionduepuntozero www.educationduepuntozero.it
* Scuola di politica www.scuoladipolitica.it/
* Inglese per tutti www.englishgratis.com/
* Promethean Planet www.prometheanplanet.com
* Khanacademy www.khanacademy.org/
* Nuovo e utile. Teorie e pratiche della creatività www.nuovoeutile.it/

* Controllo di scrittura (Gli studenti sono sovente valutati per i lavori di scrittura che hanno come scopo di portarli a ricercare, appropriarsi e ritrasmettere le conoscenze acquisite durante gli studi.Internet è oggi la fonte di informazione privilegiata dagli studenti. Purtroppo questo media favorisce anche il "riciclaggio" dei documenti utilizzati, soprattutto grazie al copia-incolla, durante la fase di ricerca delle informazioni. Spesso accade che uno studente non segnali in quanto citazione una frase di un altro autore.Inoltre, alcuni studenti si appropriano senza ritegno di parti intere di altri documenti. Questo è un plagio). www.compilatio.net

*Leonardo ausili informatici. Notizie sulle tecnologie e software per ragazzi portatori di handicap http://www.leonardoausili.com
* www.storiedididattica.it
* www.interruzioni.com

Esortazione di un "giovane" ottuagenario...

Studiate, cari ragazzi, studiate. Leggete per esempio anche le ricerche di Fabbris e Codeluppi sulle "filosofie dell'outlet" per capire l'inganno: capire perchè alle società di massa e in particolare a voi giovani fanno credere che il consumismo sia l'ultimo rifugio dell'individualismo. Ribellatevi all'inganno, all'illusione che la vostra individualità si possa eprimere consumando. Consumando oltretutto beni di consumo sempre più superflui e a invecchiamento forzato - si dice obsolescenza? - per costringervi ad acquistare e consumare di nuovi. Che società strana e incoerente che vi abbiamo creato: comincia a mancare il necessario, che già manca a molti, a troppi, e in certe parti del mondo da sempre, però abbonda il superfluo. Per sentirsi vivi, moderni ed essere ci si deve ingozzare del superfluo... Si può andare avanti così? Dove andremo a finire? Se non vi ribellate a questi inganni andremo a sbattere contro un muro. Di cemento armato.
Da: Don Andrea Gallo, Non uccidete il futuro dei giovani, Dalai editore 2011, pag. 118


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